Studio Palmisano

Il diritto dell'ambiente, il diritto penale del lavoro, la responsabilità medico – sanitaria, il diritto penale dei giochi e delle scommesse, nonché, in chiave preventiva, la sicurezza sul lavoro e gli adempimenti gravanti sulle persone giuridiche ai sensi della legge 231\2001 (codice etico, modello di organizzazione, gestione e controllo....), sono materie accomunate fondamentalmente da un elemento: esse costituiscono un illuminante esempio dell'incidenza delle determinanti, in senso lato, ambientali sui livelli di qualità della vita delle persone, sulla loro stessa salute, nella società occidentale; quella che è stata definita da uno studioso tedesco "la società del rischio."

Esse, per qualità e quantità degli interessi e dei diritti che vi sono sottesi, costituiscono l'autentica frontiera del diritto penale del terzo millennio.

Lo Studio Palmisano si occupa prevalentemente di queste materie.
Sul livello qualitativo con cui questo Studio svolge questa attività, si lasciano valutare gli assistiti che hanno beneficiato delle nostre prestazioni professionali.

ingiuria

IL REATO DI INGIURIA: QUALE PUNIZIONE PER CHI DICE PAROLACCE?

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Non vi è ingiuria se le "parolacce" usate sono ormai frequenti nel linguaggio comune e non esprimono un giudizio di disvalore o un'offesa all'onore e reputazione del destinatario.
Il diritto penale, e più in generale il nostro ordinamento giuridico, non può essere totalmente avulso dai costumi correnti nella nostra società, anzi è necessaria una flessibilità dello stesso che renda possibile l'adattamento della norma giuridica all'evoluzione del tessuto sociale.
Il richiamo a clausole quale "il buon costume" o "l'ordine pubblico", frequente in numerose norme, impongono al giurista di lanciare uno sguardo alla società in cui si vive affinchè sia possibile una rigenerazione costante dell'ordinamento in linea con le "norme di cultura".

diffamazione

LA LIBERTA’ DI ESPRESSIONE: IL LIMITE TRA DIFFAMAZIONE E DIRITTO DI CRONACA.

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Nell'ambito di una vicenda in cui persona offesa era un magistrato destinatario di alcune battute di spirito sul suo cognome, la Suprema Corte è tornata recentemente a pronunciarsi sui limiti del diritto di critica e di satira precisando in quali casi essi escludano il reato di diffamazione a mezzo stampa.
Il caso è quello di un magistrato che aveva querelato un giornalista, autore di un articolo nel quale sbeffeggiava l'inquirente con alcune allusioni volgari sul suo cognome che in lingua straniera richiamava una espressione indicante l'organo genitale maschile.
Pur riconoscendo la caduta di stile e l'ineleganza del giornalista, la Cassazione ha ritenuto insussistente il reato di diffamazione a mezzo stampa data la portata satirica dell'articolo.
La sentenza, la n. 12203 del 13 marzo 2014, offre l'occasione per chiarire quali siano gli elementi costitutivi del delitto di cui all'art. 595 c.p. ed entro quali limiti esso possa essere scriminato dall'esercizio del diritto di critica, di cronaca e di satira, secondo quanto previsto dall'art. 51 c.p.

mobbing

IL RAPPORTO TRA “MOBBING” E MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA- Note critiche ai recenti orientamenti giurisprudenziali.

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Nel corso degli ultimi anni la Cassazione si è pronunciata, con numerose e anche recentissime sentenze, sul rapporto esistente tra il delitto di maltrattamenti in famiglia, sanzionato dall'art. 572 c.p., e il "mobbing", escludendo la sussistenza del reato quando il rapporto lavorativo non abbia carattere parafamiliare.
Preliminarmente occorre precisare che cosa si intende per "mobbing" e quale sia la tutela giuridica prevista nel nostro ordinamento avverso le condotte atte ad integrarlo.
I giudici di legittimità hanno statuito che col termine "mobbing" si fa riferimento a quella serie di comportamenti del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematici e protratti nel tempo, tenuti ai danni dei lavoratori, che si risolvono in reiterati comportamenti ostili, in forme di prevaricazione e persecuzione psicologica, demansionamenti a scopo punitivo o attribuzione di compiti dequalificanti o esorbitanti rispetto al profilo professionale posseduto dal dipendente, allo scopo di ottenere una mortificazione morale e psicologica dello stesso, fino ad emarginarlo sul luogo di lavoro, con evidenti conseguenze sul suo equilibrio psico-fisico.

falso stalking

L’ALTRA “FACCIA” DELLO STALKING: LE FALSE DENUNCE

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Il proliferare di querele false e l'uso strumentale di una legge quale quella sullo "stalking" rischia di diventare un problema ancor più grande di quello che si tenta di risolvere.

Sempre più frequentemente, specie nell'ultimo anno, si è parlato e si parla di "femminicidio": un neologismo che ormai è entrato a far parte del linguaggio comune e che, pur significando più precisamente l'uccisione di una donna per ragioni legate alla sua identità di genere, ha finito per indicare, come si specificherà appresso, qualsiasi atto violento lesivo dell'incolumità e della dignità della donna.
E' bene ricordare che, nonostante le recenti modifiche legislative, nel nostro codice penale non esiste il reato di femminicidio, bensì quello più generale di omicidio che punisce chiunque cagioni la morte di un essere umano, indipendentemente dal sesso della vittima.
Pertanto, quando si parla di femminicidio, si fa sì riferimento ai numerosissimi casi di omicidi di donne uccise per mano di uomini, generalmente mariti, patners o ex compagni, ma in maniera più generica si ricomprendono nel neoconiato termine anche altri reati di gravità minore rispetto all'omicidio, i c.d. reati "spia".

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