Violenza sessuale: è colpevole il genitore che sa degli abusi sul figlio e non fa nulla.

In virtù della posizione di garanzia ricoperta e dei doveri gravanti su ogni genitore ex art. 147 c.c., è colpevole di concorso in violenza sessuale il padre o la madre esercente la potestà genitoriale sul figlio minore che sia consapevole degli abusi da questi subiti da parte di altre persone e non faccia nulla per evitarli.
È quanto stabilito dalla Suprema Corte nella sentenza del 29 settembre 2016, n. 40663, avente ad oggetto una vicenda molto particolare anche per gli spunti di riflessione socio culturali che ne derivano.
Infatti, all'imputato, di origine indiana e trasferitosi in Italia con la propria famiglia, veniva contestato il reato di concorso in violenza sessuale e maltrattamenti in famiglia perché, in quanto padre di una ragazza di quindici anni, non aveva impedito, anzi aveva agevolato, gli abusi posti in essere in danno della figlia da parte del suo futuro sposo, a sua volta condannato per il reato di cui all'art. 609 bis c.p. in altro procedimento penale.

Suicidio del paziente: la responsabilità penale dello psichiatra.

Il medico psichiatra è titolare di una posizione di garanzia nei confronti dei propri pazienti e, in ragione di ciò, quando sussista il concreto rischio di condotte autolesive o suicidiarie degli stessi, è tenuto ad apprestare delle specifiche cautele volte ad evitare l'evento lesivo.
Tale principio è stato stabilito dalla Suprema Corte, quarte sezione penale, con la sentenza n. 33609 del 1 agosto scorso che si pone in linea di continuità con l'orientamento giurisprudenziale già consolidato in materia.
Nella sentenza in oggetto i giudici di legittimità hanno confermato la condanna, già inferta nel secondo grado di giudizio, per omicidio colposo di uno psichiatra responsabile di non aver vigilato su una paziente affetta da disturbo bipolare, suicidatasi durante la degenza nel reparto ospedaliero.

Tumori professionali e processi penali, tolleranza zero sulle perizie pseudo- scientifiche

"Quando il sapere scientifico non è consolidato o non è comunemente accettato perché vi sono tesi in irrisolto conflitto, spetta al giudice prescegliere quella da preferire. Per valutare l'attendibilità di una teoria [....] rileva il grado di consenso che la tesi raccoglie nella comunità scientifica. Infine, dal punto di vista del giudice, è di preminente rilievo l'identità, l'autorità indiscussa, l'indipendenza del soggetto che gestisce la ricerca, le finalità per le quali si muove. Dopo aver valutato l'affidabilità metodologica e l'integrità delle intenzioni occorre [....] una teoria sulla quale si registra un preponderante, condiviso consenso."
Così la Corte di Cassazione, in una delle sue sentenze più note in questa materia (Cass. pen. Sez. IV, 17/09/2010, n. 43786, Cozzini), ha delineato il rapporto che deve sussistere tra il giudice e il sapere scientifico - ossia coloro che di questo sapere sono portatori nel processo: periti e consulenti – nei procedimenti penali aventi ad oggetto questioni nelle quali bisogna attingere necessariamente a discipline extragiuridiche per accertare la natura di determinati, centrali, elementi del processo stesso: eventi, nessi di causa tra condotte ascritte a dati soggetti e quegli stessi eventi e, conclusivamente, responsabilità penali degli imputati.

Il re di Malagrotta a giudizio. Un'imputazione che può fare giurisprudenza.

Rinvio a giudizio per avvelenamento di acque e, soprattutto, per disastro ambientale, per fatti anteriori e posteriori all'entrata in vigore della legge (maggio 2015) che ha introdotto nel codice penale i delitti contro l'ambiente, i cosiddetti "ecoreati".
E' questo l'esito rilevantissimo dell'udienza preliminare dell'ultimo (in ordine di tempo) procedimento penale relativo alla mega discarica di Malagrotta, a Roma.
Gli imputati sono il proprietario della stessa discarica, Manlio Cerroni, e un suo collaboratore, accusati, per l'appunto, di aver "avvelenato acque destinate all'alimentazione" e "cagionato un disastro ambientale" consistente nella "alterazione dell'equilibrio di un ecosistema" nonché nella "offesa alla pubblica incolumità".

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