Ambiente: dalla legge anti-Ilva al d.m. sui criteri la tutela resta un miraggio.

La tutela integrata di ambiente e salute, a mezzo della valutazione di danno e d'impatto delle varie attività antropiche, o per esser più precisi industriali, è una delle priorità civili, politiche e giuridiche di quella che un grande sociologo scomparso lo scorso anno definiva "la società del rischio".
Per questo, si proverà a ricostruire nelle righe che seguono, in maniera essenziale, le principali evoluzioni normative in quest'ambito, a livello nazionale e comunitario.
In principio, fu la legge regionale pugliese istitutiva della "Valutazione del danno sanitario".
Fu adottata in seguito, se non "in risposta", all'alluvione di scoperte poco rassicuranti - che emergevano da un procedimento penale di discreta notorietà – in ordine al ruolo, non proprio balsamico, delle emissioni dello stabilimento Ilva di Taranto sulle condizioni dell'ambiente e della salute di masse di abitanti di quella città.

Ecoreati: perchè l'avverbio "abusivamente" nella legge non condiziona le sentenze.

Perché sia integrato il nuovo delitto di inquinamento ambientale, introdotto nel codice penale nel maggio 2015 dalla nota legge "ecoreati", non è necessaria una condizione di "tendenziale irrimediabilità" della "compromissione" o del "deterioramento" della matrice ambientale di volta in volta in considerazione.
E' uno dei principi giuridici più significativi sanciti dalla Corte di Cassazione nella sua prima sentenza (Cass. Sez. III n. 46170 del 3 novembre 2016) in merito alla recente legge sugli "ecoreati" (http://www.lexambiente.com/materie/ambiente-in-genere/164-cassazione-penale164/12490-ambiente-in-genere-nuovo-delitto-di-inquinamento-ambientale.html).
La vicenda sottoposta ai supremi giudici riguarda i lavori di dragaggio di alcune parti del porto di La Spezia.

Violenza sessuale: è colpevole il genitore che sa degli abusi sul figlio e non fa nulla.

In virtù della posizione di garanzia ricoperta e dei doveri gravanti su ogni genitore ex art. 147 c.c., è colpevole di concorso in violenza sessuale il padre o la madre esercente la potestà genitoriale sul figlio minore che sia consapevole degli abusi da questi subiti da parte di altre persone e non faccia nulla per evitarli.
È quanto stabilito dalla Suprema Corte nella sentenza del 29 settembre 2016, n. 40663, avente ad oggetto una vicenda molto particolare anche per gli spunti di riflessione socio culturali che ne derivano.
Infatti, all'imputato, di origine indiana e trasferitosi in Italia con la propria famiglia, veniva contestato il reato di concorso in violenza sessuale e maltrattamenti in famiglia perché, in quanto padre di una ragazza di quindici anni, non aveva impedito, anzi aveva agevolato, gli abusi posti in essere in danno della figlia da parte del suo futuro sposo, a sua volta condannato per il reato di cui all'art. 609 bis c.p. in altro procedimento penale.

Suicidio del paziente: la responsabilità penale dello psichiatra.

Il medico psichiatra è titolare di una posizione di garanzia nei confronti dei propri pazienti e, in ragione di ciò, quando sussista il concreto rischio di condotte autolesive o suicidiarie degli stessi, è tenuto ad apprestare delle specifiche cautele volte ad evitare l'evento lesivo.
Tale principio è stato stabilito dalla Suprema Corte, quarte sezione penale, con la sentenza n. 33609 del 1 agosto scorso che si pone in linea di continuità con l'orientamento giurisprudenziale già consolidato in materia.
Nella sentenza in oggetto i giudici di legittimità hanno confermato la condanna, già inferta nel secondo grado di giudizio, per omicidio colposo di uno psichiatra responsabile di non aver vigilato su una paziente affetta da disturbo bipolare, suicidatasi durante la degenza nel reparto ospedaliero.

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