Tumori professionali e processi penali, tolleranza zero sulle perizie pseudo- scientifiche

"Quando il sapere scientifico non è consolidato o non è comunemente accettato perché vi sono tesi in irrisolto conflitto, spetta al giudice prescegliere quella da preferire. Per valutare l'attendibilità di una teoria [....] rileva il grado di consenso che la tesi raccoglie nella comunità scientifica. Infine, dal punto di vista del giudice, è di preminente rilievo l'identità, l'autorità indiscussa, l'indipendenza del soggetto che gestisce la ricerca, le finalità per le quali si muove. Dopo aver valutato l'affidabilità metodologica e l'integrità delle intenzioni occorre [....] una teoria sulla quale si registra un preponderante, condiviso consenso."
Così la Corte di Cassazione, in una delle sue sentenze più note in questa materia (Cass. pen. Sez. IV, 17/09/2010, n. 43786, Cozzini), ha delineato il rapporto che deve sussistere tra il giudice e il sapere scientifico - ossia coloro che di questo sapere sono portatori nel processo: periti e consulenti – nei procedimenti penali aventi ad oggetto questioni nelle quali bisogna attingere necessariamente a discipline extragiuridiche per accertare la natura di determinati, centrali, elementi del processo stesso: eventi, nessi di causa tra condotte ascritte a dati soggetti e quegli stessi eventi e, conclusivamente, responsabilità penali degli imputati.

Il re di Malagrotta a giudizio. Un'imputazione che può fare giurisprudenza.

Rinvio a giudizio per avvelenamento di acque e, soprattutto, per disastro ambientale, per fatti anteriori e posteriori all'entrata in vigore della legge (maggio 2015) che ha introdotto nel codice penale i delitti contro l'ambiente, i cosiddetti "ecoreati".
E' questo l'esito rilevantissimo dell'udienza preliminare dell'ultimo (in ordine di tempo) procedimento penale relativo alla mega discarica di Malagrotta, a Roma.
Gli imputati sono il proprietario della stessa discarica, Manlio Cerroni, e un suo collaboratore, accusati, per l'appunto, di aver "avvelenato acque destinate all'alimentazione" e "cagionato un disastro ambientale" consistente nella "alterazione dell'equilibrio di un ecosistema" nonché nella "offesa alla pubblica incolumità".

Maltrattamenti e abuso di mezzi di correzione: confronto tra fattispecie delittuose.

La distinzione tra il reato di abuso dei mezzi di correzione di cui all'art. 571 c.p. e quello di maltrattamenti ex art. 572 c.p. risiede nella qualità del "mezzo" correttivo utilizzato dall'agente, ragion per cui se il mezzo è di per sé lesivo della incolumità o afflittivo della personalità dell'educando, il fatto è punibile per maltrattamenti.
Ciò è quanto ha recentemente stabilito la Suprema Corte penale, sezione sesta, con la sentenza n. 19852 del 12 maggio scorso, che si pone in linea di continuità rispetto all'orientamento ormai prevalente in materia stabilendo delle linee di distinzione tra le due fattispecie criminose di cui agli artt. 571 e 572 c.p..

Truffa processuale: quando ingannare il giudice costituisce reato.

È configurabile il delitto di "truffa processuale" ex art. 640 c.p. nel caso in cui il giudice, nel corso di un procedimento civile o amministrativo, con artifici o raggiri sia indotto in errore da una delle parti processuali che voglia ottenere, così, una decisione a sé favorevole.
E' quanto ha stabilito il Tribunale di Asti con la sentenza n. 428 del 26 febbraio scorso che si pone in netto contrasto con l'ormai consolidato orientamento giurisprudenziale vigente in materia.
Infatti, secondo molteplici pronunce della Suprema Corte, la condotta di chi induca in errore il giudice civile o amministrativo al fine di ottenere un provvedimento favorevole e, perciò, un profitto ingiusto in danno della controparte processuale, non sarebbe idonea ad integrare il delitto di cui all'art. 640 c.p. poiché è indubbio che il giudice eserciti un potere giurisdizionale avente carattere pubblicistico ben lontano dal costituire un atto di disposizione patrimoniale da parte di colui che viene ingannato.

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