Diffamazione su facebook: criticare il servizio scadente di un bar non è reato.

Lamentarsi sui social network, con toni anche piuttosto aspri o goliardici, del servizio ricevuto in un locale commerciale, come ad esempio un bar, non integra il delitto di diffamazione poiché rientra nel diritto di critica del cliente esprimere il proprio giudizio valutativo purché le espressioni usate siano proporzionate e funzionali all'opinione o alla protesta che si intende manifestare.
Ciò è quanto ha stabilito il Tribunale di Pistoia, con una sentenza del 16 dicembre 2015, la n. 5665, che si pone in continuità logico- giuridica con precedenti pronunce di legittimità in materia di diritto di critica.


La vicenda è quella di uomo che aveva postato su Facebook una recensione fortemente polemica nei confronti di un bar in cui si era recato, lamentandosi della qualità scadente dei servizi offerti, degli spazi angusti del locale e della cattiva modalità di preparazione dei drinks e degli aperitivi offerti fino a creare addirittura un gruppo sul social network volto a far chiudere l'esercizio commerciale che non aveva gradito.
Tratto a giudizio per il reato di diffamazione, l'imputato è stato assolto dai giudici di merito i quali hanno ritenuto che la sua condotta rientrasse nel legittimo esercizio del diritto di critica, peraltro costituzionalmente garantito, benché l'esigente avventore non si fosse risparmiato dall'usare toni aspri e ironici per descrivere il bar.
Secondo i giudici toscani, infatti, tale diritto dilata i suoi confini nel momento in cui al critica sia rivolta ad un posto pubblico poiché chi si mette sul mercato deve accettare il rischio dell'altrui disapprovazione qualora i servizi offerti non soddisfino le aspettative di coloro che ne usufruiscono, tanto più quando tali servizi non siano gratuiti.
In particolare, la Suprema Corte ha avuto modo di precisare che il diritto di critica si concretizza in un giudizio valutativo che postula l'esistenza del fatto assunto ad oggetto o spunto del discorso critico ed una forma espositiva non ingiustificatamente sovrabbondante rispetto al concetto da esprimere.
Pertanto, è esclusa la rilevanza penale e la conseguente punibilità di espressioni colorite, iperboli, linguaggio figurato o gergale purché siano funzionali all'opinione che si vuole manifestare, in considerazione degli interessi e dei valori compromessi (Cass. Sez. I, N. 36045 del 13/06/2014).
Inoltre, in tema di diffamazione, il requisito della continenza del linguaggio postula una forma espositiva corretta della critica poiché strettamente funzionale alla finalità di disapprovazione senza che essa sfoci nella gratuita ed immotivata aggressione dell'altrui reputazione ma non può essere evocato come strumento oggettivo di selezione degli argomenti sui quali fondare la comunicazione dell'opinione.
Se così fosse il diritto di critica risulterebbe svuotato del suo contenuto e della sua effettiva valenza, in spregio a quanto previsto dall'art. 21 della Costituzione.
Ne discende che resta "giustificato", e dunque non punibile, anche l'utilizzo di termini che, sebbene oggettivamente offensivi, siano insostituibili nella manifestazione del pensiero critico, in quanto privi di adeguati equivalenti.
Una posizione chiara quella dei giudici di legittimità volta a tutelare un diritto costituzionalmente garantito ad ogni individuo, ovvero quello alla libera manifestazione del pensiero, anche nel caso in cui esso si esplichi a mezzo internet e cioè con uno strumento potenzialmente più lesivo della reputazione personale in considerazione della vasta risonanza su un numero indeterminato di utenti.

Avv. Anna Ancona

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