Evasione: non c’è delitto se si sceglie la via più lunga per andare a lavoro.

Non integra gli estremi del delitto di evasione la condotta di colui il quale, trovandosi agli arresti domiciliari con autorizzazione a lasciare la propria abitazione per necessità lavorative, violi la prescrizione di seguire, a tal fine, il percorso più breve anziché la strada più lunga che conduca al luogo di lavoro.
Con una sentenza del 10 dicembre 2015, la n. 48917, la sesta sezione penale della Corte di Cassazione ha sovvertito le precedenti sentenze di condanna del Tribunale e della Corte di appello che avevano condannato un uomo per il reato di cui all'art. 385 c.p. poiché egli, in stato di detenzione domiciliare con autorizzazione ad allontanarsi dalla propria casa solo per recarsi a lavoro, aveva scelto di seguire la strada più lunga che conduceva al posto in cui lavorava, anziché quella più breve prescritta.


In particolare, il delitto di evasione punisce con la reclusione da uno a tre anni chiunque, essendo legalmente arrestato o detenuto per un reato, evada dal luogo di detenzione.
La pena è maggiore, da due a cinque anni di reclusione, se il colpevole commette il fatto usando violenza o minaccia verso le persone, ovvero mediante effrazione ed è da tre a sei anni se la violenza o minaccia sia commessa con armi o da più persone riunite.
Tali disposizioni si applicano anche all'imputato che essendo in stato di arresto nella propria abitazione o in altro luogo designato nel provvedimento se ne allontani, nonché al condannato ammesso a lavorare fuori dallo stabilimento penale.
Ebbene, nel caso di specie la Suprema Corte ha accolto la tesi difensiva dell'imputato ritenendo che "la semplice scelta di una via più lunga per recarsi sul posto di lavoro non costituisca sottrazione alla possibilità di controllo da parte della polizia giudiziaria specie nel caso in cui l'autorizzazione ad uscire dalla abitazione, comprendendo un arco di tempo di alcune ore, sia tale da consentire, implicitamente una certa libertà di azione e di movimento, già preventivate e valutate dal giudice che ha concesso l'autorizzazione stessa".
Diversa è, invece, l'ipotesi in cui l'allontanamento della persona sottoposta alla misura detentiva avvenga in una fascia oraria diversa o inconciliabile con quella prefissata dall'autorità giudiziaria.
In tal caso, la condotta di evasione sussiste in maniera pacifica poiché l'autorizzazione data a chi si trovi sottoposto agli arresti domiciliari di allontanarsi dal luogo di detenzione per necessarie esigenze di vita quotidiana, quali anche il lavoro, fissa un limite invalicabile in senso temporale, onde scongiurare strumentalizzazioni di tale autorizzazione.
Ne consegue che poiché la violazione della prescrizione di seguire la via più breve non incide significativamente sulla possibilità di controllo, essa potrà, tutt'al più, essere valutata con riferimento alla possibile revoca o modifica dell'autorizzazione o addirittura degli arresti domiciliari ma non certo come condotta penalmente rilevante ai sensi dell'art. 385 c.p. e, pertanto, offensiva del bene giuridico tutelato da tale fattispecie penale.

Avv. Anna Ancona

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