Selfie pedopornografici: è reato scambiarli con altre persone?

Non commette il reato di cessione di materiale pedopornografico, di cui all'art. 600 ter c.p. quarto comma, chi offre ad altri immagini riproducenti minori che siano, però, prodotte in autoscatto direttamente dagli stessi interessati e da questi cedute in modo volontario senza, dunque, l'intervento di terze persone.
Ciò è quanto ha stabilito la Suprema Corte con la sentenza n. 11675 del 21 marzo scorso con cui è stata confermata la sentenza di appello che aveva visto assolti perché il fatto non sussiste vari individui tutti imputati del reato di cui al quarto comma dell'art. 600 ter c.p. per aver ceduto ad altri fotografie pornografiche ritraenti una minore che autonomamente e di propria iniziativa si era ritratta con dei "selfie", ossia autoscatti effettuati tramite un telefono cellulare, e aveva poi inviato gli stessi ad altri soggetti e questi ad altri ancora.


Infatti, secondo la Cassazione, l'art. 600 ter c.p. , quarto comma, sanziona la cessione di materiale pedopornografico a condizione, però, che lo stesso sia stato realizzato da un soggetto diverso dal minore raffigurato, come si desume dal richiamo, contenuto nella medesima disposizione, al materiale di cui al comma 1 che distingue, in tal modo, l'utilizzatore dal minore utilizzato.
Di diverso avviso il Procuratore della Repubblica che contro la sentenza di assoluzione aveva proposto ricorso adducendo come motivo l'inosservanza ed erronea applicazione della legge penale, affermando che il summenzionato art. 600-ter c.p., comma 4, farebbe riferimento sic et simpliciter a materiale pornografico riproducente minori senza richiedere che lo stesso sia stato realizzato da terzi soggetti utilizzando i minori medesimi, elemento invero richiamato soltanto nel primo comma.
Peraltro, secondo il ricorrente, tale interpretazione impedirebbe un pericoloso e gravissimo vuoto di tutela per ipotesi come quella in esame.
Ciononostante, la Corte ha ritenuto che il fondamento dell'intera previsione normativa debba esser rinvenuto nel primo comma, invero decisivo per l'interpretazione anche dei successivi poiché non si potrebbe perseguire chi fa commercio di materiale pornografico realizzato utilizzando minori (comma 2), chi lo distribuisce, divulga, diffonde o pubblicizza (comma 3), così come chi lo offre o cede ad altri, anche a titolo gratuito (comma 4), se, a monte, non vi fosse chi ha prodotto il materiale medesimo.
In particolare, la condotta sanzionata dal 1 comma dell'art. 600 ter c.p. è stata già ampiamente esaminata da una importante pronuncia delle Sezioni Unite della Suprema Corte (sentenza n. 13 del 31 maggio 2000) che costituisce, perciò, un baluardo interpretativo imprescindibile anche per le versioni successive della norma, compresa quella attualmente vigente.
In questa sentenza i giudici di legittimità hanno chiarito la portata del verbo "sfruttare", originariamente impiegato nel dettato legislativo, stabilendo che esso deve essere intenso nel senso di "utilizzare a qualsiasi fine (non necessariamente di lucro), sicché sfruttare i minori vuoi dire impiegarli come mezzo, anziché rispettarli come fine e come valore in sè: significa insomma offendere la loro personalità, soprattutto nell'aspetto sessuale, che è tanto più fragile e bisognosa di tutela quanto più è ancora in formazione e non ancora strutturata".
Una lettura che, pertanto, ha delineato la ratio ed il fondamento della norma in termini strutturali ed assoluti, come tali perfettamente riferibili anche alle successive evoluzioni legislative, fino alla presente, con riguardo cioè anche all'odierna condotta di "utilizzazione".
Ne consegue che l'art. 600 ter c.p. non fa riferimento ad un qualsivoglia materiale pornografico minorile ma esclusivamente a quello formato attraverso l'utilizzo strumentale dei minori ad opera di terzi e, perciò, l'impiego e l'utilizzo del minore da parte di un soggetto estraneo costituisce un elemento costitutivo del reato stesso.
Il presupposto logico prima che giuridico della ratio che punisce chi diffonde immagini pedopornografiche è che tale soggetto sia "altro e diverso rispetto al minore da lui (prima sfruttato, oggi utilizzato), indipendentemente dal fine, di lucro o meno, che lo anima e dall'eventuale consenso, del tutto irrilevante, che il minore stesso possa aver prestato all'altrui produzione del materiale o realizzazione degli spettacoli pornografici".
La necessaria alterità fra l'autore del reato e la persona offesa, quindi, non può ravvisarsi qualora il materiale medesimo sia realizzato dallo stesso minore, in modo autonomo, consapevole, non indotto come, per l'appunto, nel caso di specie in cui la ragazza minorenne si era scattata un "selfie".
Una interpretazione, quella della Corte, del tutto apprezzabile in punta di diritto poiché tiene conto della lettera della norma che fa esplicito riferimento al "materiale pedopornografico di cui al comma 1" (e cioè, come detto, quello prodotto con lo sfruttamento dei minori) evitando, così, il rischio di una applicazione estensiva e in malam partem della fattispecie punitiva che, in quanto tale, risulterebbe contrastante con i principi di stretta legalità e tassatività della norma penale.
Qualche dubbio, sia consentito dirlo, sorge, invece, sulla valenza antropologica e sociale di una tale pronuncia che, di fatto, lascia impunite quelle condotte di cessione di materiale pedopornografico che, pur non presupponendo uno sfruttamento del minore, non sono eticamente meno gravi e deplorevoli specie nella attuale "era dei selfie".
Un vuoto normativo che, dunque, anche alla luce dell'evoluzione dei mezzi di comunicazione, di scambio nonché di produzione di foto e files multimediali, meriterebbe di essere colmato con un'auspicabile riforma dell'art. 600 ter c.p. che non restringa, come secondo l'interpretazione della Corte, il campo di applicabilità della norma ai soli materiali pedopornografici prodotti mediante l'utilizzazione/ sfruttamento di minori ma appresti una tutela molto più ampia anche per quelle fattispecie in cui manchi una induzione del minorenne a partecipare ad esibizioni pornografiche ma vi sia, comunque, un pericolo di mercificazione del suo corpo e della sua sessualità.

Avv. Anna Ancona

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