GUIDA IN STATO DI EBBREZZA E RIFIUTO DI ALCOOLTEST NON PUNIBILI PER PARTICOLARE TENUITA’: PROFILI APPLICATIVI DELL’ART. 131 BIS C.P.

La causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto di cui all'art. 131 bis c.p. si applica ad ogni fattispecie criminosa, ivi comprese la guida in stato di ebbrezza e il rifiuto di sottoporsi ad alcooltest, purché siano rispettati i presupposti e i limiti previsti dalla norma penale.
Ciò è quanto hanno stabilito le Sezioni Unite della Cassazione penale, con due pronunce "gemelle" entrambe del 6 aprile scorso, la numero 13681 e la numero 13682, in cui i giudici di legittimità analizzano le caratteristiche della causa di esclusione della punibilità introdotta dal D. lgs. del 16 marzo 2015, n. 28 e i suoi possibili ambiti applicativi.
In particolare, l'art. 131 bis c.p. prevede che "nei reati per i quali sia prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena, la punibilità sia esclusa quando, per le modalità della condotta e per l'esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell'art. 133 c.p., primo comma, l'offesa sia di particolare tenuità e il comportamento risulti non abituale".


Inoltre, la medesima disposizione normativa chiarisce che l'offesa non può essere ritenuta di particolare tenuità quando l'autore abbia agito per motivi abietti o futili, o con crudeltà, anche in danno di animali, o abbia adoperato sevizie o, ancora, abbia profittato delle condizioni di minorata difesa della vittima ovvero quando la condotta criminosa abbia cagionato, quali conseguenze non volute, la morte o le lesioni gravissime di una persona.
Il comportamento è da ritenersi abituale nel caso in cui l'autore del reato sia stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza ovvero abbia commesso più crimini della stessa indole, anche se ciascun fatto, isolatamente considerato, sia di particolare tenuità, nonché nel caso in cui si tratti di reati che abbiano ad oggetto condotte plurime, abituali e reiterate.
La quarta sezione penale della Suprema Corte, alla quale era stato assegnato il ricorso presentato da un uomo condannato nei primi due gradi di giudizio per guida in stato di ebbrezza che invocava l'applicazione in suo favore della causa di non punibilità di cui all'art. 131 bis c.p., ha rimesso alle Sezioni Unite la questione della compatibilità di tale neointrodotta norma con i reati che siano caratterizzati da varie soglie di punibilità come, per l'appunto, l'art. 186 del Codice della Strada.
Esso, infatti, prevede al secondo comma, lett. a), un illecito amministrativo costituito dalla guida in stato di ebbrezza con tasso alcoolemico superiore a 0,5 ma inferiore a 0,8 g/l; mentre le successive lett. b) e c) dello stesso comma disciplinano distinti illeciti penali definiti da valori crescenti.
Pertanto, secondo il giudice remittente, il legislatore avrebbe già compiuto a monte una valutazione di maggiore o minore pericolosità della condotta rapportata ad un preciso dato tecnico rappresentato, appunto, dal tasso alcoolemico che mal si concilierebbe con una ulteriore valutazione, questa volta da parte del giudicante chiamato ad applicare l'art. 131 bis c.p., secondo i parametri della particolare tenuità.
Inoltre, l'art. 186 c.d.s. è un reato di pericolo volto a proteggere i beni della regolarità della circolazione e della sicurezza stradale, distinti da quelli della vita o dell'incolumità dei singoli, protetti dai reati di lesioni colpose ed omicidio colposo.
Ne consegue che nessun rilievo dovrebbero avere, ai fini della punibilità, le modalità della condotta di guida poiché, in relazione ai su citati beni protetti dalla norma, non sarebbe possibile ipotizzare una gradualità dell'offesa, atteso che è lo stesso legislatore ad aver previsto particolari circostanze aggravanti connesse a situazioni di maggiore allarme o pericolo per la sicurezza come, ad esempio, la guida in stato di ebbrezza in ora notturna e la causazione di incidente stradale.
Peraltro, l'applicazione dell'art. 131 bis c.p., condurrebbe all'esito paradossale secondo il quale l'autore di un illecito di minore gravità verrebbe punito con una sanzione amministrativa pecuniaria e con la sospensione della patente di guida (art. 186 c.d.s., secondo comma, lett.. a), mentre l'autore dell'illecito penale di cui alla lett. b) o c) potrebbe evitare qualsivoglia tipo di sanzione non potendosi nemmeno, nel caso in cui gli sia riconosciuta la particolare tenuità, applicare le sanzioni amministrative accessorie che presuppongono la pronuncia di una sentenza di condanna.
In merito a quest'ultima eccezione, le Sezioni Unite della Cassazione penale, nell'affermare la piena compatibilità dell'istituto della esclusione di punibilità con i reati per i quali sia prevista una soglia di punibilità variabile, hanno osservato come il paradosso sopra evidenziato non sussiste poiché, ove manchi una sentenza di condanna in ragione della particolare tenuità del fatto, nulla esclude che si possano comunque applicare sanzioni amministrative ad opera della pubblica amministrazione posta la assoluta autonomia delle stesse.
Inoltre, l'art. 131 bis c.p. è un istituto di diritto penale sostanziale che, ai fini della applicazione della causa di non punibilità, necessita di una valutazione complessa che tenga in considerazione le modalità della condotta nonché l'esiguità del danno o del pericolo arrecato e, perciò, la manifestazione del reato e le conseguenze che esso ha prodotto.
Tali profili rimangono rilevanti e la valutazione di cui sopra è concretamente possibile anche per quegli illeciti, come la guida in stato di ebbrezza, per i quali il legislatore abbia espressamente previsto un valore- soglia per la configurazione del reato, fasce di rilevanza penale o di graduazione dell'entità dell'illecito.
Anche per questi reati, infatti, una volta accertata la situazione pericolosa tipica e l'offesa, è pur sempre possibile valutare quale sia lo sfondo fattuale nel quale la condotta sia stata posta in essere e le conseguenze pregiudizievoli sul bene giuridico tutelato dalla norma.
D'altro canto, con riferimento al reato di cui all'art. 186, comma 7, c.d.s., ossia il rifiuto di sottoporsi al test di accertamento alcoolmetrico, il giudice remittente aveva ritenuto che la condotta di dissenso è da considerarsi sempre uguale a se stessa in ogni circostanza e che l'illecito in questione sarebbe un reato istantaneo rispetto al quale sarebbe impossibile una graduazione dell'offensività nel senso richiesto dall'art. 131 bis c.p.
Le Sezioni Unite, però, hanno precisato che i parametri di valutazione previsti da tale norma penale siano essenzialmente tre: la modalità della condotta, l'esiguità del danno o pericolo e il grado di colpevolezza.
Su tali aspetti il giudice deve concentrare la sua attenzione ai fini del giudizio di particolare tenuità, non limitandosi solo all'aspetto rappresentato dall'entità dell'aggressione al bene giuridico tutelato della norma.
Se ne conclude che, pure nei reati senza offesa, di mera disobbedienza, caratterizzati da una omissione o un rifiuto, la valutazione richiesta dall'art. 131 bis c.p. è a tutto tondo.
Essa, infatti, non solo è possibile ma anche doverosa da parte del giudice che deve dare il giusto rilievo alle forme di estrinsecazione del comportamento per poterne valutare in modo complessivo la gravità e la portata offensiva e, perciò, la necessità di applicare una pena al soggetto che ha commesso l'illecito o, piuttosto, considerare il suo comportamento lieve dal punto di vista offensivo e, perciò, scusabile e non punibile.

Avv. Anna Ancona

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