Truffa processuale: quando ingannare il giudice costituisce reato.

È configurabile il delitto di "truffa processuale" ex art. 640 c.p. nel caso in cui il giudice, nel corso di un procedimento civile o amministrativo, con artifici o raggiri sia indotto in errore da una delle parti processuali che voglia ottenere, così, una decisione a sé favorevole.
E' quanto ha stabilito il Tribunale di Asti con la sentenza n. 428 del 26 febbraio scorso che si pone in netto contrasto con l'ormai consolidato orientamento giurisprudenziale vigente in materia.
Infatti, secondo molteplici pronunce della Suprema Corte, la condotta di chi induca in errore il giudice civile o amministrativo al fine di ottenere un provvedimento favorevole e, perciò, un profitto ingiusto in danno della controparte processuale, non sarebbe idonea ad integrare il delitto di cui all'art. 640 c.p. poiché è indubbio che il giudice eserciti un potere giurisdizionale avente carattere pubblicistico ben lontano dal costituire un atto di disposizione patrimoniale da parte di colui che viene ingannato.


Atto, quest'ultimo, che, sempre secondo l'opinione dei giudici di legittimità, costituirebbe un elemento essenziale del reato di truffa. (Cass. n. 3135/2012; Cass. sez. II n. 498/2012; Cass. sez. II 39314/2009; Cass. sez. II n. 29929/2007; Cass. sez. V n. 228075/2004; Cass. sez. II n. 3135/2003).
Tutt'al più l'inganno di una delle parti del processo nei riguardi del giudicante potrebbe assumere rilevanza penale nei soli casi particolari, espressamente contemplati dall'art. 374 c.p., dell'atto di ispezione o di esperimento giudiziale ovvero nella frode del perito nell'esecuzione di un incarico.
Di avviso contrario, invece, l'interpretazione offerta dal giudice di merito piemontese il quale, nella sentenza oggetto di esame, ha precisato come la struttura del delitto di truffa non postula necessariamente l'identità tra la persona offesa dal reato e quella indotta in errore e, quindi, il reato sussiste pur in assenza di tale identità, sempre che gli effetti dell'inganno e della condotta dell'ingannato si riversino sul patrimonio del danneggiato.
Pertanto, non può escludersi, in via di ipotesi, la configurabilità della truffa c.d. processuale nel caso in cui sia il giudice il soggetto ingannato dall'attività fraudolenta precostituita da una parte, avendo egli il potere di incidere pregiudizievolmente con un suo provvedimento sul patrimonio della parte contraria.
Ne consegue che i reati specifici riguardanti la frode nel giudizio di cui all'art. 374 c.p. non esauriscono le ipotesi criminose possibili nel caso di condotte fraudolente poste in essere nel corso di un procedimento amministrativo o civile, che ben possono rientrare nella più ampia previsione dell'art. 640 c.p.
Peraltro, l'atto di disposizione patrimoniale, benché ritenuto per communis opinio essenziale dalla dottrina maggioritaria e dalla giurisprudenza, è tuttavia un concetto assente nel dettato normativo.
Infatti, è facilmente verificabile come l'art. 640 c.p. non contempli espressamente, nella propria struttura, tale atto quale requisito della figura criminosa.
Al contrario, il delitto di truffa prevede come elemento essenziale della fattispecie un qualsivoglia atto, non necessariamente qualificabile come negoziale, che sia idoneo a causare un "ingiusto profitto con altrui danno" e che sia determinato dalla condotta artificiosa.
Ad ogni buon conto, se è vero che il Giudice civile svolge una funzione pubblicistica e non "dispone" in senso negoziale del patrimonio delle parti processuali, pare tuttavia da tener presente la circostanza secondo cui tale giudicante, con la propria pronuncia, "costituisce" ex art. 1173 c.c. obbligazioni a carico del patrimonio delle parti in giudizio da cui derivano delle modificazioni quantitative del patrimonio delle stesse e, perciò, idonee a rilevare ai sensi dell'art. 640 c.p.
Una sentenza, dunque, che allarga i margini di applicabilità della fattispecie di truffa al fine precipuo di dare rilevanza penale a quelle condotte, non espressamente contemplate nell'art. 374 c.p., che siano comunque lesive dell'interesse collettivo al corretto funzionamento della giustizia oltre che dell'integrità patrimoniale dei privati.

Avv. Anna Ancona.

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