Maltrattamenti e abuso di mezzi di correzione: confronto tra fattispecie delittuose.

La distinzione tra il reato di abuso dei mezzi di correzione di cui all'art. 571 c.p. e quello di maltrattamenti ex art. 572 c.p. risiede nella qualità del "mezzo" correttivo utilizzato dall'agente, ragion per cui se il mezzo è di per sé lesivo della incolumità o afflittivo della personalità dell'educando, il fatto è punibile per maltrattamenti.
Ciò è quanto ha recentemente stabilito la Suprema Corte penale, sezione sesta, con la sentenza n. 19852 del 12 maggio scorso, che si pone in linea di continuità rispetto all'orientamento ormai prevalente in materia stabilendo delle linee di distinzione tra le due fattispecie criminose di cui agli artt. 571 e 572 c.p..


Le vicenda è quella di una insegnante di sostegno presso un istituto milanese imputata del reato di maltrattamenti aggravati ex art. 61 c.p., n. 11 e 11 ter, per aver ripetutamente vessato le minori a lei assegnate, peraltro affette da ritardo cognitivo, vietando loro l'utilizzo dei servizi igienici scolastici, rifiutandosi di offrire spiegazioni quando le alunne non avevano compreso la lezione, colpendole agli arti inferiori e rivolgendo loro degli epiteti ingiuriosi.
Nel ricorso per Cassazione la difesa dell'imputata adduceva, tra gli altri motivi, la violazione di legge e il vizio di motivazione sulla configurabilità del reato contestato di maltrattamenti stante la asserita mancanza di abitualità della condotta, la genericità delle parolacce e ingiurie proferite dalla donna e che non sarebbero state rivolte alle persone offese e la mancanza di dolo per il convincimento dell'insegnante di agire per finalità educative.
Contrariamente a tale assunto difensivo, i giudici di legittimità nel corpo motivazionale della pronuncia hanno valorizzato la natura e l'entità dei comportamenti tenuti dall'imputata ossia gli strattonamenti imposti alle minori in più occasioni, le espressioni ingiuriose incentrate sulle condizioni di inabilità delle due ragazzine anche di fronte alla mancata comprensione dei testi didattici, il tono aggressivo utilizzato, le condotte vessatorie come quella di vietare l'utilizzo dei servizi igienici, la protrazione nel tempo di tali condotte tanto da ingenerare nelle vittime condizioni di disagio e paura rivelate ai genitori.
Secondo la Cassazione, dunque, tali condotte integrano la materialità del reato di cui all'art. 572 c.p. contestato all'insegnante posto che esso richiede una pluralità di atti che determinino sofferenze fisiche e/o morali nelle persone offese, realizzati in momenti successivi ma avvinti nel loro svolgimento da un'unica intenzione criminosa di ledere l'integrità psicofisica del soggetto passivo.
Quanto all'elemento soggettivo del reato, invece, non è strettamente necessario che l'intenzione criminosa dell'agente consista nella rappresentazione e programmazione di attività dirette a cagionare alla vittima sofferenze morali e/o fisiche, essendo sufficiente la coscienza e la volontà di persistere in un'attività vessatoria, già posta in essere in precedenza, volontà che non è esclusa dall'intento dell'agente di agire per finalità educative e correttive.
Pertanto, né l'intenzione soggettiva dell'agente né il contesto scolastico richiamato dalla difesa sono idonei a far rientrare la condotta criminosa nella meno grave fattispecie di cui all'art. 571 c.p. poiché i trattamenti lesivi dell'incolumità fisica o afflittivi della personalità del minore, come quelli ricostruiti nella vicenda oggetto di esame, non sono sussumibili tra i mezzi di correzione tali essendo, per loro natura, solo quelli a ciò deputati.
Infatti, il reato di abuso dei mezzi di correzione o disciplina punito dall'art. 571 c.p., se considerato in ambito scolastico, presuppone l'esistenza, in capo al soggetto agente, di un potere educativo o disciplinare che deve essere usato con mezzi consentiti, in presenza di condizioni che ne legittimano l'esercizio, per finalità ad esso proprie e senza superare i limiti tipicamente previsti dall'ordinamento.
Ove tali finalità e limiti siano travalicati si configura, per l'appunto, l'abuso penalmente rilevante.
Ne consegue che non ogni mezzo di correzione può ritenersi lecito per il solo fatto di essere finalizzato a scopi educativi o correttivi poiché la liceità dello stesso dovrà valutarsi sia in astratto che in concreto.
L'uso di un mezzo già per sua natura illecito (come ad esempio le percosse dell'alunno con una cinghia) non potrà mai essere giustificato dal fine correttivo e, allo stesso modo, l'uso di un mezzo astrattamente lecito (come un mero rimprovero) potrà qualificarsi, se valutato in base alla natura del rapporto e alle condizioni in cui esso si svolge, illecito in quanto non adeguato o sproporzionato rispetto al fine correttivo che esso persegue.
È perciò evidente come la Suprema Corte, con la pronuncia in oggetto e con altre precedenti del medesimo segno, abbia affermato il principio secondo il quale, ai fini della sussistenza del reato di abuso dei mezzi e disciplina, il perseguimento di una finalità correttiva o educativa si riveli, in realtà, del tutto irrilevante, giacché, proprio a fronte della peculiare qualità del destinatario del comportamento, deve considerarsi preclusa, e dunque illecita come è giusto che sia, qualunque condotta che assuma in concreto il significato dell'umiliazione, della denigrazione e della violenza fisica oltre che psicologica.

Avv. Anna Ancona

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