Suicidio del paziente: la responsabilità penale dello psichiatra.

Il medico psichiatra è titolare di una posizione di garanzia nei confronti dei propri pazienti e, in ragione di ciò, quando sussista il concreto rischio di condotte autolesive o suicidiarie degli stessi, è tenuto ad apprestare delle specifiche cautele volte ad evitare l'evento lesivo.
Tale principio è stato stabilito dalla Suprema Corte, quarte sezione penale, con la sentenza n. 33609 del 1 agosto scorso che si pone in linea di continuità con l'orientamento giurisprudenziale già consolidato in materia.
Nella sentenza in oggetto i giudici di legittimità hanno confermato la condanna, già inferta nel secondo grado di giudizio, per omicidio colposo di uno psichiatra responsabile di non aver vigilato su una paziente affetta da disturbo bipolare, suicidatasi durante la degenza nel reparto ospedaliero.


La donna, ricoverata con diagnosi di disturbo bipolare in fase depressiva con ideazione negativa a sfondo suicidiario, si era allontanata dalla propria stanza del tutto priva di vigilanza da parte del personale ospedaliero, raggiungendo un'impalcatura allestita all'esterno della clinica e lasciandosi cadere nel vuoto.
Nonostante il ricorso proposto dall'imputato che si doleva del vizio di motivazione in cui sarebbe incorsa la Corte d'appello nel ritenere non ricompreso nell'ambito di prevedibilità dell'agente il rischio suicidiario concretizzatosi nel caso di specie, la Cassazione ha ribadito, come già in precedenti occasioni, la sussistenza, in fattispecie di questo tipo, di una posizione di garanzia in capo al medico che gli impone di adottare ogni misura preventiva volta ad evitare gesti autolesivi del paziente, secondo quanto previsto dalle linee guida e buone pratiche mediche accreditate dalla comunità scientifica.
La "posizione di garanzia" (art. 40 cod. pen) rileva nei cosiddetti reati "omissivi impropri" poiché in questa categoria di reati la responsabilità dell'agente si fonda non nell'"aver fatto qualcosa"ma nel "non avere fatto qualcosa che si era tenuti a fare".
In sostanza, la condotta criminosa consiste nel "non aver impedito un fatto che si aveva l'obbligo di impedire" proprio in virtù della "posizione di garanzia" rivestita poiché il "non impedire"un evento equivale al cagionarlo.
In particolare, nel corso dell'istruttoria dibattimentale si era accertato in modo inequivoco il carattere della donna come soggetto ad alto rischio, sia in virtù di precedenti tentativi di suicidio sia in considerazione della diagnosi effettuata prima del ricovero da cui emergeva, con evidenza largamente prevedibile, e altamente intenso sul piano obiettivo, il rischio di un rinnovato tentativo di suicidio della paziente.
Rischio, invece, trascurato dall'imputato che aveva gestito con superficialità e negligenza la situazione, omettendo di assicurare alla persona offesa, oltre a tutti i necessari interventi di tipo farmacologico, anche una stretta e continua sorveglianza ventiquattr'ore su ventiquattro.
Secondo la Semprema Corte, se ciò fosse avvenuto, l'evento lesivo oggetto di giudizio non si sarebbe verificato con certezza, secondo una valutazione prognostica ex ante condotta in coerenza al principio dell'elevata probabilità logica e credibilità razionale.
Una sentenza, dunque, quella in esame, che pone dei punti cardine in materia di responsabilità colposa dello psichiatra stabilendo che gli obblighi su di lui incombenti e le regole cautelari da adottare non possono prescindere, di volta in volta, da una attenta valutazione dello stato psico- fisico del paziente al fine di contrastare e prevenire rischi per l'incolumità dello stesso.

Avv.Anna Ancona

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