Violenza sessuale: è colpevole il genitore che sa degli abusi sul figlio e non fa nulla.

In virtù della posizione di garanzia ricoperta e dei doveri gravanti su ogni genitore ex art. 147 c.c., è colpevole di concorso in violenza sessuale il padre o la madre esercente la potestà genitoriale sul figlio minore che sia consapevole degli abusi da questi subiti da parte di altre persone e non faccia nulla per evitarli.
È quanto stabilito dalla Suprema Corte nella sentenza del 29 settembre 2016, n. 40663, avente ad oggetto una vicenda molto particolare anche per gli spunti di riflessione socio culturali che ne derivano.
Infatti, all'imputato, di origine indiana e trasferitosi in Italia con la propria famiglia, veniva contestato il reato di concorso in violenza sessuale e maltrattamenti in famiglia perché, in quanto padre di una ragazza di quindici anni, non aveva impedito, anzi aveva agevolato, gli abusi posti in essere in danno della figlia da parte del suo futuro sposo, a sua volta condannato per il reato di cui all'art. 609 bis c.p. in altro procedimento penale.


Nonostante le proteste della vittima ben note al genitore, il padre la costringeva a sottostare ai maltrattamenti e alle violenze del fidanzato il quale avanzava su di lei pretese sessuali, costringendola ad avere rapporti in un clima di sopraffazione dettato dalla convinzione che, per effetto del matrimonio combinato ma non desiderato dalla ragazza, tutto fosse consentito al promesso sposo dal punto di vista sessuale.
Pertanto, nel motivare la condanna per concorso in violenza sessuale del genitore, i giudici di legittimità evocano l'esistenza di una sorta di "patto di ferro" tra il suocero e il genero per effetto del quale la minore era vittima sacrificale in ossequio a regole non scritte di legittimità del dominio sessuale per effetto del vincolo matrimoniale secondo i costumi indiani.
Invece, in virtù dei doveri su di lui incombenti ex art. 147 c.c., il padre avrebbe dovuto vigilare sulla figlia minore per evitare che la stessa potesse subire le violenze sessuali che pure la ragazza aveva avuto modo di denunciare ripetutamente all'imputato rimanendo, però, inascoltata.
Infatti, secondo l'orientamento assolutamente costante della giurisprudenza della Suprema Corte, il genitore che esercita la potestà sul figlio minore riveste una specifica posizione di garanzia ai sensi dell'art. 147 c.c. (posizione che ovviamente vale anche per lo straniero residente in Italia ed assoggettato dunque alle disposizioni del nostro ordinamento giuridico) che lo porta a rispondere, ex art. 40 c.p., a titolo di causalità omissiva, degli atti di violenza sessuale compiuti in danno del minore nei cui confronti riveste quella specifica qualità, purché ne sia a conoscenza o sia in grado di conoscerli ed abbia la possibilità oggettiva di impedire l'evento ( Cass, pen., sez. III, 14/12/2007, n. 4730; Cass. Pen., Sez. III, 8/07/2009, n. 36824).
Peraltro, i giudici "ermellini" precisano come, nel peculiare caso di specie, la condotta criminosa e omissiva del genitore non può trovare giustificazione solo per effetto di una biasimevole formazione culturale che urta con le coscienze e che non può trovare ingresso nel nostro sistema giuridico.
A tal proposito, già in precedenti pronunce, la Cassazione ha avuto modo di indicare quali parametri devono essere assunti per valutare la possibilità di attribuire rilevanza scriminante a diversi retaggi culturali cui l'imputato dichiari di essersi ispirato nel proprio agire.
Tale valutazione, infatti, non può prescindere dal tenere in doverosa considerazione i principi costituzionali di solidarietà e uguaglianza di cui agli artt. 2 e 3 che pongono «uno sbarramento invalicabile contro l'introduzione, di diritto o di fatto, nella nostra società civile di consuetudini, prassi, costumi che si propongono come "antistorici" a fronte dei risultati ottenuti, nel corso dei secoli, per realizzare l'affermazione dei diritti inviolabili della persona, cittadino o straniero» (Cass., Sez. VI, 26/11/2008, n. 46300).
Ancor più recente è la sentenza della Cassazione del 29/01/2015, n. 14960, che, sempre in tema di reati culturalmente orientati e di presunte scriminanti culturali, in una vicenda di maltrattamenti familiari molto simile a quella già oggetto di commento, ha stabilito che il soggetto che si inserisce in una società multietnica è tenuto a prestare osservanza all'obbligo giuridico di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e, quindi, la liceità di essi in relazione all'ordinamento giuridico che disciplina quella società.
Di conseguenza, non è riconoscibile una sorta di buona fede in capo a colui che, pur nella consapevolezza di essersi trasferito in un paese diverso da quello di origine, presume di avere il diritto ( peraltro non riconosciuto da alcuna norma internazionale) di proseguire in condotte che, seppure ritenute culturalmente accettabili e, quindi, lecite secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, risultano oggettivamente incompatibili con le regole proprie della compagine sociale in chi ha scelto di vivere.
Pertanto, in tali condotte non è configurabile alcuna scriminante, anche solo putativa, fondata sull'esercizio di un presunto diritto escluso dall'ordinamento, attesa la preminente esigenza di valorizzare, in linea con l'art. 3 Cost., la centralità della persona umana quale principio in grado di armonizzare le varie culture individuali e di consentire, quindi, l'instaurazione di una società civile multietnica.
Allo stesso modo, pronunciandosi in materia di violenza sessuale, i giudici di legittimità hanno ribadito che il delitto di cui all'art. 609 bis c.p. è integrato ogni qual volta sia lesa la libertà dell'individuo di poter compiere atti sessuali in assoluta autonomia, senza condizionamenti di ordine fisico o morale.
Per cui non hanno "diritto di cittadinanza", nel nostro sistema giuridico e nella valutazione della condotta criminosa, eventuali giustificazioni dedotte in nome di presunti limiti o diversità culturali nella concezione, ad esempio, del rapporto coniugale posto che le stesse porterebbero, di fatto, ad un sovvertimento del principio della obbligatorietà della legge penale e all'affievolimento della tutela di un diritto assoluto e inviolabile della persona quale quello alla libertà sessuale (Cass. Pen. 5/06/2016, n. 37364).
Ulteriore elemento di riflessione nella sentenza in esame riguarda poi il rapporto esistente tra i due reati contestati all'imputato e per i quali egli è condannato: quello di concorso in violenza sessuale e il delitto di maltrattamenti in famiglia.
Secondo la Cassazione, infatti, non è possibile l'assorbimento tra le due figure delittuose stante la diversa oggettività giuridica dei reati.
Per cui il delitto di cui all'art. 572 c.p. ben può concorrere con quello di cui all'art. 609 bis c.p. ove le reiterate condotte di abuso sessuale, oltre a cagionare sofferenze psichiche alla vittima, ledono anche la sua libertà di autodeterminazione in materia sessuale, attesa la diversità dei beni giuridici tutelati dalle due fattispecie.
Diversamente, l'assorbimento è configurabile solo nel caso in cui vi sia piena coincidenza tra le due condotte criminose, nel senso che il delitto di maltrattamenti consista nella mera reiterazione degli atti di violenza sessuale.
Nel caso in esame, invece, i giudici di legittimità hanno ritenuto del tutto evidente, sulla base di quanto denunciato dalla vittima, la mancata coincidenza tra le due condotte, posto che i maltrattamenti lamentati dalla ragazza non riguardavano solamente le violenze sessuali subite dal fidanzato ma assumevano contorni indipendenti e sfocianti in ripetute umiliazioni o privazioni della autonomia decisionale ad opera del genitore.
Una sentenza, dunque, che pone delle "linee guida" in materia di potenziale compatibilità o meno del nostro sistema di diritto penale con le consuetudini e i modi di agire tipici di contesti culturali differenti che, spesso, possono risultare lesivi dei principi fondamentali dell' ordinamento giuridico italiano.

Avv. Anna Ancona

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