Marito picchia la moglie per avere del denaro: è estorsione.

Commette estorsione il coniuge che picchia la moglie la quale si rifiuti di dargli del denaro ove venga processualmente accertato che l'esercizio della violenza sia finalizzato proprio alla dazione della somma richiesta.

La vicenda

La Cassazione, con la sentenza del 18 gennaio scorso, n. 2458, si è pronunciata sul caso di un uomo tossicodipendente che con violenza aveva preteso del denaro dalla convivente al fine di acquistare della droga e, al rifiuto di quest'ultima di dargli i soldi, le aveva sferrato un pugno.
Secondo la difesa dell'imputato, nella fattispecie in questione, non si potrebbe ritenere sussistente il reato di cui all'art. 629 c.p., neppure nella forma del tentativo, perché, dal punto di vista dell'elemento oggettivo, la violenza sarebbe stata esercitata dall'uomo solo successivamente alle richieste di denaro ed ai rifiuti della persona offesa e non in maniera strumentale ad esse.soldi
Inoltre, sempre secondo la prospettazione difensiva, nella vicenda oggetto di giudizio, sarebbe altresì insussistente l'elemento soggettivo del delitto di estorsione, ossia il dolo, posto che in entrambi gli episodi denunciati il ricorrente aveva picchiato la donna solo dopo i suoi rifiuti, senza reiterare pretese di denaro e, dunque, come mera reazione di stizza di un soggetto alterato dalla sua tossicodipendenza a seguito dei dinieghi ricevuti.

Il reato di estorsione.

L'art. 629 c.p. punisce con la reclusione da cinque a dieci anni e con la multa da euro 1.000 ad euro 4.000 "chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procuri a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno".
L'oggetto della tutela giuridica nel delitto in questione è duplice in quanto la norma incriminatrice persegue sia l'interesse alla inviolabilità del patrimonio sia la libertà di autodeterminazione della persona offesa in quanto l'evento finale proviene dalla stessa vittima ed è il risultato di una situazione di costrizione determinata dalla violenza o dalla minaccia del soggetto agente.
Inoltre, ai fini della configurabilità del reato di estorsione sono indifferenti la forma e il modo in cui viene perpetrata la minaccia, potendo questa essere manifesta o implicita, palese o larvata, diretta o indiretta, reale o figurata, determinata o indeterminata, purché sia comunque idonea a incutere timore e, quindi, a coartare la volontà del soggetto passivo.
Dal punto di vista dell'elemento psicologico, è necessaria, ai fini della sussistenza del delitto, la consapevolezza di usare la violenza, fisica o morale, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto che si sa ingiusto, con necessaria estensione del dolo alla ingiustizia del profitto, che costituisce uno degli elementi materiali del reato.
Infine, l'estorsione si distingue dal delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle cose o sulle persone (artt. 392 e 393 c.p.) per il differente elemento intenzionale che, nel caso del reato ex art. 629 c.p., consiste nel conseguimento di un ingiusto profitto e in quello della ragion fattasi è rappresentato dalla volontà di esercitare arbitrariamente un preteso diritto.

La decisione della Cassazione.

Nella vicenda oggetto di esame la Suprema Corte ha condannato l'imputato per il delitto di tentata estorsione ritenendo che il contesto familiare ben descritto in denuncia evidenziasse che la violenza esercitata dal ricorrente era finalizzata e strumentale alle dazioni di denaro richieste giacché, quando la persona offesa acconsentiva a consegnare il denaro, il predetto si asteneva dal colpirla. 

Contrariamente a quanto dedotto nel ricorso, pertanto, i giudici di legittimità hanno desunto la sussistenza dell'elemento materiale del reato, così come le finalità della condotta contestata, proprio dall'analisi puntuale dei fatti, correttamente inquadrandoli anche nell'abituale condotta di vita dell'imputato.

Avv. Anna Ancona.

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