Maestra d’asilo violenta: è reato di maltrattamenti in famiglia

La maestra di asilo che compie atti di violenza nei confronti dei minori a lei affidati e che frequentano la scuola materna è penalmente responsabile per il delitto di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.) anziché per quello meno grave di abuso dei mezzi di correzione e disciplina (art. 571 c.p.).

La vicenda.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, VI sezione penale, con la sentenza n. 11956 del 13 marzo scorso che ha confermato la condanna per il reato di cui all'art. 572 c.p. nei confronti di una insegnante che aveva compiuto reiterati atti di sopraffazione, anche violenti, nei confronti di alcuni alunni durante le ore scolastiche, disattendendo, invece, la tesi difensiva della donna che chiedeva la diversa qualificazione giuridica dei fatti nell'ambito del meno grave reato di abuso dei mezzi di correzione e disciplina.


Nella sentenza in oggetto la Suprema Corte ha, pertanto, delineato l'ambito di applicazione della fattispecie di reato dei maltrattamenti in famiglia distinguendola da quella di abuso dei mezzi di correzione

La differenza tra fattispecie.

L'art. 571 c.p. punisce con la reclusione fino a sei mesi "chiunque abusi dei mezzi di correzione o di disciplina in danno di una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, ovvero per l'esercizio di una professione o di un'arte, se dal fatto deriva il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente della vittima. Se, invece, dal fatto deriva una lesione personale si applicano le pene stabilite negli articoli 582 e 583 e 583 c.p. ridotte a un terzo; se ne deriva la morte, si applica la reclusione da tre a otto anni".

Diversamente, il successivo art. 572 c.p. punisce son la reclusione da due a sei anni "chiunque, fuori dei casi indicati nell'articolo precedente, maltratti una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l'esercizio di una professione o di un'arte. Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a ventiquattro anni"

A differenza del delitto di maltrattamenti, quello di abuso dei mezzi di correzione e di disciplina non è reato necessariamente abituale e ben può essere integrato anche da un unico atto espressivo di abuso.asilo maltr

Inoltre, ai fini della configurabilità del delitto di cui all'art. 572 c.p., non è necessaria la convivenza o coabitazione tra l'agente e la vittima, essendo sufficiente che intercorra tra essi una relazione abituale poiché nel concetto di "famiglia" previsto dalla norma rientra qualsiasi consorzio di persone tra le quali, per strette relazioni e consuetudini di vita, siano sorti rapporti di assistenza reciproca e solidarietà.

La decisione della Cassazione.

I giudici di legittimità, seguendo un orientamento ormai consolidato in materia, hanno stabilito cheai fini della distinzione tra il delitto di maltrattamenti (art. 572 c.p.) e quello di abuso di mezzi di correzione (art. 571 c.p.) non rileva la finalità avuta di mira dal reo, sicché non importa se questi abbia agito per asseriti scopi ritenuti educativi.
Quello che rileva è unicamente la natura oggettiva della condotta, sicché non è configurabile il meno grave reato di cui all'art. 571 c.p. quando i mezzi adoperati siano oggettivamente non compatibili con l'attività educativa, come nel caso di percosse e maltrattamenti fisici e psicologici.
Ne deriva che "l'uso sistematico della violenza, quale ordinario trattamento del minore, anche lì dove fosse sostenuto da animus corrigendi, non può rientrare nell'ambito della fattispecie di abuso dei mezzi di correzione, ma concretizza, sotto il profilo oggettivo e soggettivo, gli estremi del più grave delitto di maltrattamenti".
Inoltre, nella vicenda in esame, la Cassazione ha precisato che non può correttamente ipotizzarsi il difetto del requisito fondante dell'abitualità della condotta vessatoria alla stregua del limitato numero di violenze di cui ciascun bambino, singolarmente considerato, è stato fatto oggetto.
Infatti, ciascuna delle azioni poste in essere dall'agente costituisce un singolo segmento, un elemento della serie che, complessivamente riguardata, integra la condotta tipica delineata dalla norma incriminatrice.
Il che è particolarmente vero nel caso, coincidente con la fattispecie che ci riguarda, di maltrattamenti connessi all'esercizio della funzione di educazione o istruzione attuata nei riguardi di una comunità di soggetti e, dunque, al di fuori dell'ambito familiare, posto che, in siffatta ipotesi, le angherie e le violenze consumate in danno del singolo individuo si ripercuotono necessariamente anche nei confronti degli altri componenti della medesima comunità, accomunati dall'identità della loro posizione, così generando quello stato di disagio psicologico e morale, a sua volta causativo di una condizione di abituale e persistente sofferenza che integra la nozione di "maltrattamenti" che il minore non ha alcuna possibilità, né materiale né morale, di risolvere da solo.

Conclusioni.

Specie con riguardo ai bambini il termine correzione va assunto come sinonimo di educazione, con riferimento ai connotati intrinsecamente conformativi di ogni processo educativo.
Non può di certo ritenersi tale l'uso della violenza finalizzato a scopi educativi e ciò sia per il primato che l'ordinamento attribuisce alla dignità della persona, anche del minore, ormai soggetto titolare di diritti e non più, come in passato, semplice oggetto di protezione (se non addirittura di disposizione) da parte degli adulti; sia perché non può perseguirsi, quale meta educativa, un risultato di armonico sviluppo di personalità, sensibile ai valori di pace, di tolleranza, di connivenza, utilizzando un mezzo violento che tali fini contraddice.
Ne consegue che l'eccesso di mezzi di correzione violenti non rientra nella fattispecie dell'art. 571 c.p. (abuso di mezzi di correzione) giacché intanto è ipotizzabile un abuso (punibile in maniera attenuata) in quanto sia lecito l'uso. (in tal senso anche Cass. Sez. VI, sent. n. 4904 del 18.03.1996).
La necessità di una tutela adeguata in situazioni del genere è ancor più stringente ove si consideri che è statisticamente accertato che i bambini che abbiano subito episodi di maltrattamenti sono molto più esposti a sviluppare successivamente, in età adulta, disturbi di tipo comportamentale e mentale.

Avv. Anna Ancona

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