Case di prostituzione: è punibile anche il proprietario dell’immobile locato.

E' punibile a titolo di dolo generico la condotta di chi conceda in locazione appartamenti di sua proprietà affinché gli stessi siano utilizzati come "casa di prostituzione" poiché non è richiesto che lo scopo di creare un luogo ove si svolga la prostituzione rientri nelle finalità dell'agente ma è sufficiente che il locatore ceda l'immobile essendo consapevole dell'uso a cui esso sarà destinato.

La norma.

L'art. 3, comma 1, n. 2, della legge del 20 febbraio 1958 n. 75 (denominata "Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui"), punisce con la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro 258 ad euro 10.329 la condotta di "chiunque, avendo la proprietà o l'amministrazione di una casa od altro locale, li conceda in locazione a scopo di esercizio di una casa di prostituzione".


Come chiarito dai giudici di legittimità in numerose e risalenti pronunce, l'esercizio di casa di prostituzione previsto dalla norma può riguardare anche immobili di modesta estensione, con una organizzazione rudimentale e una attrezzatura limitata, purché essi consentano, anche in uno spazio circoscritto e con limitata predisposizione di servizi, in modo permanente e non casuale, incontri sessuali tra persone disposte a prostituirsi (Cass. Sez. pen. III, 8 maggio 1982, n. 4743; Cass. Pen. sez. III, 7 giugno 1983, n. 5484).

I fatti.

Nella vicenda oggetto della pronuncia della Suprema Corte (Cass. Pen. sez. III, 1 marzo 2017, n. 10003) l'imputato è stato condannato per il reato sopra citato per aver concesso in locazione diversi appartamenti a scopo di esercizio di casa di prostituzione.
Nell'istruttoria dibattimentale era emerso chiaramente che l'uomo, pur essendo a conoscenza dell'attività di meretricio che si svolgeva non occasionalmente nei suoi tre appartamenti dati in locazione, aveva deliberatamente assunto un atteggiamento di inerzia, continuando a percepire gli affitti dai conduttori, garantendo una maggiore fruibilità dei locali e, addirittura, diventando egli stesso cliente di una delle donne che si prostituiva in quelle case date in locazione.


Tuttavia, la difesa dell'imputato aveva sostenuto che tali comportamenti non fossero idonei ad integrare l'elemento soggettivo, ovvero il dolo, richiesto dal reato di cui all'art. 3, n. 2, l. n. 75 del 20/02/1958.

La decisone.

La Cassazione, dando seguito all'orientamento giurisprudenziale più rigoroso e maggioritario in materia, ha ritenuto che il dolo previsto dal delitto oggetto di esame, malgrado la fuorviante formulazione del testo normativo, sia il dolo generico.
Infatti, ai fini dell'integrazione del delitto, non si richiede che lo scopo di realizzare una casa di prostituzione rientri nelle finalità dell'agente (altrimenti si parlerebbe di dolo specifico) essendo sufficiente la destinazione obiettiva del locale alla prostituzione con la consapevolezza del locatore dell'uso a cui esso è adibito.1428570220-casa-chiusa
Non occorre, cioè, la volontà che il locale sia destinato al meretricio, ma basta la volontà di locarlo pur sapendo a quale attività esso verrà destinato.

La distinzione con il favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione.

Tuttavia, il delitto di cui all'art. 3, n. 2, l. n. 75 del 20/02/1958 si differenzia da quello di cui al n. 8 della medesima norma, ossia il delitto di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, poiché, affinché sussista quest'ultima fattispecie criminosa, non è sufficiente la cessione in locazione di un proprio immobile pur nella consapevolezza che in esso verrà svolto il meretricio, ma è necessaria la presenza di prestazioni o attività da parte del proprietario ulteriori rispetto alla semplice concessione in locazione a prezzo di mercato come, ad esempio, la ricezione dei clienti, la fornitura di profilattici o la predisposizione dei testi per le inserzioni pubblicitarie (Cass. Pen., sez. III, 30/04/2015, n. 47594).

Avv. Anna Ancona

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