Compagni di scuola “bulli”: vi è reato di stalking.

I ripetuti atti di bullismo compiuti da alcuni minori nei confronti di un compagno di scuola possono integrare il reato di stalking ove vi sia la prova che essi abbiano causato nella persona offesa un grave e perdurante stato di ansia o di paura; prova sufficiente, in tal caso, sono anche le sole dichiarazioni della vittima.

La vicenda.

Nella sentenza dell'8 giugno scorso, n. 28623, la Suprema Corte ha confermato la condanna di tre minori per il reato di cui all'art. 612 bis c.p. (atti persecutori) poiché essi durante le ore scolastiche avevano per lungo tempo e reiteratamente molestato, offeso e minacciato un loro compagno tanto da creare in lui un profondo stato di turbamento e timore.


La tesi difensiva.

Secondo il ricorso difensivo degli imputati, invece, la competente Corte d'appello di Napoli, sezione per i minorenni, aveva fondato l'affermazione di responsabilità dei ragazzi esclusivamente sulle dichiarazioni rese dalla persona offesa, caratterizzate da genericità nonché dalla mancata collocazione temporale degli episodi riferiti e , pertanto, si sarebbe dovuto ritenere insussistente sia l'elemento oggettivo che quello soggettivo del reato di cui all'art. 612 bis c.p. per la mancata prova della serialità delle condotte e l'assenza dell'evento di danno richiesto dalla fattispecie criminosa.


La decisione.

La Cassazione, però, nella parte motivazionale della sentenza, ha ritenuto che le dichiarazioni rese dalla persona offesa possono essere legittimamente poste da sole a fondamento della affermazione della penale responsabilità dell'imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell'attendibilità intrinseca del suo racconto che, pertanto, deve essere più penetrante e rigorosa rispetto a quella a cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi altro testimone.bulling
Quanto, poi, al verificarsi dell'evento del reato di stalking, secondo i giudici di legittimità, la prova della causazione nella persona offesa di un grave e perdurante stato di ansia o di paura ben può essere ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico ricavabili anche dalle sole dichiarazioni della stessa vittima del reato e dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall'agente, pur in assenza di certificati medici comprovanti, a livello patologico, lo stato di ansia.
Nel caso di specie, ad esempio, la vittima era così tanto vessata dalla condotta persecutoria dei suoi compagni di scuola da arrivare,dopo un periodo di sopportazione, ad abbandonare l'istituto scolastico teatro delle vicende oltre che a rifiutare l'idea di tornare a scuola per la paura ingenerata dai suoi compagni.

Il bullismo.

Il bullismo è una forma di comportamento sociale violento e deviante, di natura sia fisica che psicologica, oppressivo e vessatorio, ripetuto nel corso del tempo e attuato nei confronti di persone considerate dal soggetto che perpetra gli atti molesti in questione come bersagli facili e/o incapaci di difendersi
Solitamente, l'accezione viene utilizzata per riferirsi a fenomeni attuati in ambienti scolastici o, comunque, riservati ai giovani seppur non esista , nella attuale legislazione penale, una norma di riferimento atta ad identificare la condotta di bullismo.
Essa è , di volta in volta, riconducibile nell'ambito di svariate fattispecie criminose quali le minacce, le molestie, le lesioni, le percosse o, come nel caso in analisi e per la prima volta nella giurisprudenza della Suprema Corte, nell'ambito del reato di cui all'art. 612 bis c.p.

Avv. Anna Ancona

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